Bilancio 2011 del Gruppo 24 Ore

I ricavi complessivi dell’Area Editrice, sono pari a 215,6 milioni di euro (-2,7%) rispetto al 2010) per effetto dell’andamento dei ricavi pubblicitari parzialmente compensati dall’incremento dei ricavi diffusionali e degli altri ricavi. Va tuttavia sottolineato che la progressione dei ricavi nell’arco dell’anno evidenzia un andamento in costante miglioramento. Se il primo trimestre aveva infatti registrato un -10,9%, il secondo un -4,6%, il terzo un incremento del 5,7%, l’ultimo trimestre un incremento del 0,9% che porta i ricavi ad un progressivo -2,7% a fine anno.


Positivo l’andamento dei ricavi da vendita edicola del quotidiano nel quarto trimestre (+11,3% rispetto al terzo trimestre 2011) In particolare Il Sole 24 ORE ha registrato da settembre a dicembre 2011 un incremento della diffusione del 3% rispetto all’analogo periodo 2010, risultato raggiunto nonostante l’aumento di prezzo di 50 centesimi per quattro giorni alla settimana.


I dati relativi al lettorato (AUDIPRESS 2011 III) evidenziano una crescita del totale lettori quotidiani pari al 3% rispetto alla rilevazione precedente (2011 II) mentre il Sole 24 ORE registra una performance del + 16,2% attestandosi a 1.179.000 lettori.


Da segnalare anche la continua crescita degli abbonati ai formati elettronici del quotidiano, Pdf e iPad. (+324% rispetto al dicembre 2010) e dei collaterali con ricavi in aumento del 77,7% rispetto all’anno precedente, in controtendenza rispetto all’andamento del mercato.


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Forse è vero che il web è il futuro, ma io spero che finché il manifesto vivrà lo potremo trovare appoggiato su un tavolo di un bar o su una panchina di una stazione, dove tutti, muniti o sprovvisti di strumenti informatici o delle conoscenze per poterli usare, lo potranno leggere. Non è una visione romantica, ma la convinzione che il cartaceo sia per sua stessa natura uno strumento diretto collettivo accessibile più di quanto il computer non possa diventare, almeno per molti anni a venire, anche se utilizzato in molti. Non fosse altro per un problema di portabilità. Ma forse sbaglio perché sono un dinosauro.

Lo Stato fa l’editore: all’anno spende 150 milioni
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Lo Stato fa l’editore: all’anno spende 150 milioni

Lettera a Gesù Bambino degli Edicoilanti

Lettera a Gesù Bambino degli Edicoilanti

Crollano i margini dell’editoria

Calo delle vendite e appena un accenno di ripresa per la pubblicità.

È magro il bilancio degli otto gruppi editoriali italiani quotati in Borsa nei nove mesi del 2010. Il settore registra, rispetto ai nove mesi del 2009, un modesto aumento di redditività, ma solo per effetto dei tagli occupazionali. La crisi continua.

Le imprese del campione avevano 21.378 dipendenti al 30 giugno 2008 e a distanza di due anni se ne ritrovano 18.176, il 15% meno. Nello stesso tempo hanno visto crollare il Mon del 58%, contro i tre punti e mezzo persi nello stesso periodo dalla concorrenza europea. I margini di editori come l’inglese Reed Elsevier e la svizzera Informa, che operano entrambi nell’editoria libraria, sono stati pari nel 2009 a un quarto dei rispettivi fatturati, e Pearson, che edita il “Financial Times” e possiede il 50% di “The Economist”, si è posizionato sul 15 per cento.

Le società italiane hanno spesato, sempre al 31 dicembre 2009, 176 milioni di esodi incentivati pari a quasi l’11% del costo totale del lavoro, contro i 46 del 2008. Rcs ha varato un piano di riduzione dei costi per 200 milioni, concluso al termine dell’estate scorsa. Mondadori ha deliberato tagli per 170 milioni che sono già a regime per l’85%, e l’Espresso ha già centrato il 70% di un piano di razionalizzazione da 140 milioni.

Gli editori italiani sono allineati a quelli esteri nel rapporto tra costo del lavoro e fatturato: 27,4% contro 28,6% a fine 2009. Ma il costo medio del dipendente è più sostenuto in Italia che all’estero: 78mila contro 54mila euro. L’Espresso e Caltagirone, con un costo medio tra 91 e 92mila euro, rappresentano la punta massima; Class, con 54mila euro, rappresenta la punta minima (dato omogeneo con quello europeo).

Secondo R&S, due gruppi continuano ad avere nei nove mesi del 2010 il margine operativo netto (Mon o Ebit) negativo: -29 milioni Il Sole-24 Ore e -3 Class (editore di “Mf” e “Milano Finanza”). Solo Cairo e L’Espresso hanno margini a due cifre in rapporto al fatturato, rispettivamente del 14,3% e dell’11,9 per cento. Per Mondadori lo stesso dato è di circa il 7,5 per cento. Caltagirone e Rcs registrano un dato inferiore alla media (3,4% e 2,5%), mentre per Monrif, che edita “Il Resto del Carlino”, La Nazione” e “Il Giorno”, il rapporto tra Mon e fatturato è pari a zero.

L’aspetto più problematico è il calo della vendite. Tra l’agosto 2009 e lo stesso mese del 2010 “Il Sole-24 Ore” ha perso il 14,1% delle copie diffuse, “Il Giorno” il 13,2%, il “Corriere della sera” il 12,9% , “La Repubblica” e “la Nazione” il 7,8%, “La Stampa” il 7,2 per cento. Aumentano le copie “Il Giornale” (+7,3%) e “Avvenire” (+1,9%) ed è di buon auspicio per il settore l’exploit del “Fatto quotidiano”. A quindici mesi dalla nascita, il giornale diretto da Antonio Padellaro viaggia sulle 105mila copie, di cui 40mila in abbonamento, e si stima possa chiudere il 2010 con oltre 30 milioni di fatturato dopo gli 8,1 contabilizzati nel 2009, nei primi cento giorni di vita, che hanno generato 2,2 milioni di profitti e un dividendo di 756mila euro.

Non solo ristagna la diffusione, ma langue anche la pubblicità. Per il complesso dei mezzi di comunicazione, la raccolta è cresciuta, nei nove mesi, del 4,6%, a 6 miliardi. Ma per la stampa nel suo insieme il bilancio è negativo. Le vendite pubblicitarie di quotidiani e periodici sono scese, rispettivamente, dello 0,7% e del 7,3%, anche se non mancano i segnali di ripresa (Cairo e L’Espresso +7%, Rcs +6%, Class +5%, mentre registrano -6,6% Mondadori, -2,7% Caltagirone e -1,5 Il Sole-24 Ore). 

La pubblicità è decisamente aumentata, invece, tra gennaio e settembre 2010, per tv (+7%), radio (+11,2%) e internet (+17,6%).

La perdita di copie e pubblicità si accompagna inoltre a un taglio draconiano degli investimenti materiali, crollati all’incirca del 75% tra il primo semestre 2008 e lo stesso periodo del 2010. Anche gli editori esteri hanno ridotto questa voce del 67% tra la metà del 2008 e la fine del 2009, ma dal gennaio al giugno 2010 i loro investimenti sono ritornati a crescere con un rimbalzo dell’85 per cento.

Alcuni gruppi appaiono squilibrati anche a livello patrimoniale. I debiti finanziari di Monrif a settembre 2010 (167 milioni) erano pari a due volte e mezzo il patrimonio netto. La holding del gruppo Monti-Riffeser, che ha chiuso il rendiconto con 6 milioni di perdite, dispone di 18 milioni di liquidità. Meno tesa la situazione di Rcs, i cui debiti finanziari (1,1 miliardi) sono comunque pari al 102% del patrimonio netto. La società, che ha chiuso con un milione di utile, ne ha 31 di liquidità.

Le aziende più patrimonializzate sono Il Sole-24 Ore e Caltagirone. Il quotidiano di proprietà della Confindustria ha un indebitamento trascurabile a fronte di una liquidità di 83 milioni. Altrettanto Caltagirone, che con 264 milioni di disponibilità è addirittura la società più liquida d’Italia. L’editore del “Messaggero” ha chiuso il rendiconto al 30 settembre con 6 milioni di utile netto. Nella graduatoria dei gruppi più liquidi, in seconda posizione spicca L’Espresso, con 151 milioni. L’azienda controllata da Cir è anche campione di profitti (36 milioni di utile netto) e batte la rivale Mondadori (31 milioni) controllata a sua volta da Fininvest. Specializzata nei libri e nei periodici, Mondadori ha debiti pari all’82% del patrimonio netto e disponibilità per 57 milioni.(G. O.)

Editoria Libera

Editoria Libera

In pieno svolgimento a Torino il Saloon del Libro. Finalmente gli editori si possono sparare addosso per sopravvivere. Perché la gente ormai, invece di leggere, elegge. Se sfoglia, tella. Se mai apre un libro, è mastro. La preoccupazione maggiore è la copertina, di lana in inverno, gialla d’estate, firmata sempre. La tiratura è a campare. La libertà, di stampax. Il testo, sterone. Nel resistere alle nuove tecnologie carta vince o carta perde? L’avvenire è incerto. Lo scrittore tornerà scrivano, mettendo in bella a pagamento le mail dettate dagli analfabeti. Oppure si farà tatuare il romanzo addosso per esporsi in vetrina ad Amsterdam. Se sceglie il nuovo, entrerà in rete misurandosi col paragrafo senza fili? Vedremo gli sviluppi. Sempre che la lettura principale e più thrilling non resti quella del contatore.

Tagli all’Editoria

Tagli all’Editoria

La Condé Nast, colosso dell’editoria americana, caccia in malo modo una dipendente sorpresa a mostrare a due colleghe i benefici della chirurgia plastica. Scoppia un piccolo caso che sta facendo discutere perché l’azienda, in crisi, è stata per lungo tempo al centro di feroci polemiche a causa dei licenziamenti ritenuti troppo facili dalle forze sindacali americane. La donna è decisa a dare battaglia.

Seno rifatto le costa il lavoro

[Fonte]

L’Antitrust, in realtà, oltre a essere strabica perché non vede la concentrazione di potere (e di pubblicità) che da anni va avanti nel sistema tv, sottovaluta anche quanto sta accadendo nella distruzione della carta stampata.
Si sofferma, infatti, nel dettaglio delle autorizzazioni delle edicole, ma è muta su una concentrazione della distribuzione che va avanti e colpisce grandi e (soprattutto) piccoli giornali.
I distributori nazionali della arta stampata sono, infatti, ridotti alle dita di una mano sola e impongono i loro prezzi agli editori. Non è esagerato parlere di un tacito “cartello” che diventa ancora più forte col passare degli anni e che è ancora più evidente nelle grandi città: in metropoli come Roma e Milano, tanto per fare un esempio, i distributori di prodotti editoriali (a cui devono obbligatoramente far capo le catene nazionali) sono al messimo due o tre.
I risultati? Il costo della distribuzione per gli editori è lievitato oltre il 100% negli ultimi 5 anni, senza che l’Antittrust se ne avvedesse.
Tanto per fare un esempio concreto che ci riguarda da vicino, una copia del nostro settimanale, Il Salvagente, viene venduta in edicola a 2 euro. Di questi ben 92 centesimi se ne vanno tra edicolante e distributore (che ne prende la maggior parte).
Insomma la metà degli incassi di un giornale finisce nelle mani delle grandi catene di distribuzione: qualcuno lo ha rivelato a Catricalà? E, nel caso ne fosse a conoscende, intende promuovere almeno un’indagine conosciutiva che non si concluda con un’archiviazione, come l’ultima (e unica) dell’Antitrust dedicata alla spinosa questione?
Quale concorrenza e quale mercato può esserci se - soltanto per essere immessi in un’edicola - se ne va la metà del prezzo di copertina?

Editoria: l’Antitrust attacca i giornali, ignora la tv e tace sui distributori

Fonte

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